Il DPTS, al secolo Disturbo Post Traumatico da Stress è una forma di disturbo mentale che insorge dopo un trauma estremamente grave, ed è anche il motore di tutti quei personaggi da Rambo in poi che si sono fatti il Vietnam, il Golfo e parte del traffico di diamanti e uomini in in Africa. Viene di norma associato a situazioni di vita militare, e nelle storie dove se ne parla c’è molto “ratatatattata boom boom“, ma non è sempre così ovvio.
Il DPTS inizia a verificarsi, di norma, dopo circa sei mesi l’evento scatenante e può durare più di un mese ma anche proseguire per lungo tempo. Da qui si tirano fuori delle serie televisive ambigue e lente. La problematica base di questo disturbo è che il soggetto rivive in continuazione la situazione stressante, sia da un punto di vista di ricordi veri e propri, sia sotto forma di incubi e sogni angoscianti.
Non è solo la guerra, e la conseguente paura di morire, a scatenare il DPTS ma anche l’aggressione a sfondo sessuale, i disastri naturali e tutte quelle situazioni in cui l’impotenza e l’orrore sono elementi preponderanti.
Bisogna però considerare anche come il soggetto percepisce l’evento scatentante. Se per lui è un evento potenzialmente fatale, o violento, gli effetti possono essere assolutamente identici ad essersi trovati a sparare in Iraq. Inoltre l’evento traumatico non deve per forza essere subito direttamente ma il soggetto potrebbe anche solo avervi assistito. Dipende anche dalla sensibilità. Sia assistere a gravi lesioni, o minacce di morte, o uccisioni vere e prorie, o anche venire a conoscenza di eventi di tal fatta accaduti a parenti o amici. Il disturbo da stress post traumatico può attecchire anche nei soccorritori, e spesso è causato da traumi multipli.
(Una cartella delle tasse particolarmente pesante, non trovare parcheggio davanti alla Coop e doversi sorbire la serata delle cover di San Remo perché a tua moglie piace, non sono cause di DPTS.)
Quindi tutti coloro che si trovano a subire, che so, un terremoto, o una guerra sono poi affetti dal disturbo? No. Perché? Ottima domanda, non si sa. Molti soggetti rivivono per anni lo stesso evento traumatico senza subire conseguenze e poi, di punto in bianco, ne soffrono per uno apparentemente simile.
Quest’ultima cosa, narrativamente parlando, è molto interessante. Un personaggio che, senza apparente motivo, sviluppa il DPTS e comincia a non dormire, ad essere spaventato a ricordare in continuazione cose che, a prima vista, non sono accadute nella propria vita.
Ora dobbiamo distinguere tra due tipi di disturbo, o meglio, tra due tipi di intensità. Il DPTS colpisce circa il 9% delle persone nel corso della vita, anche bambini e adolescenti, e circa il 4% ne soffre ogni anno. Dura, come abbiamo detto, più di un mese nella sua forma “leggera”. Esiste, però, anche una forma cronica che non viene mai risolta del tutto ma che si alleggerisce, anche autonomamente, col passare del tempo.
Come capita in ogni disturbo che abbiamo trattato si tratta di una condizione invalidante che influenza sia gli affetti che la vita lavorativa, perché diventa un’ossessione.
Si vabbè, ma come si manifesta il disturbo? Avere in testa un chiodo fisso non è esattamente un disturbo, e invece sì.
Parliamo di “sintomi intrusivi”. L’evento riappare in forma di ricordi involontari e incubi ricorrenti. In alcuni soggetti il ricordo è così vivido da riaffiorare completamente, in tutta la sua potenza, come se il soggetto fosse ancora in quella situazione. Senza escludere le forti sensazioni che un evento simile può scatenare nel soggetto. Ad esempio vedere una vittima di rapina in un film, oppure immagini di armi, oppure i fuochi artificiali. (Che terrorizzano me, anche se non sono stato in Vietnam).
Altri sintomi sono quelli da evitamento. Il soggetto, e non vedo proprio perché no, cerca di evitare gli oggetti, le attività o le situazioni che gli ricordano il trauma. Sempre a livello narrativo questo può dare adito a molte scene dal grottesco al drammatico. Può evitare le persone della stessa razza del suo assalitore, o i luoghi che somigliano a quelli dove ha subito il trauma, oppure evitare proprio certe parole o certi argomenti. (Io, per esempio, non parlo mai di palloncini e detesto quei cavolo di clown che devono per forza farti le spade o i cagnolini, cavolo scoppiano! Mia madre aveva il vizio di far scoppiare le bustine delle merendine… hmmm.)
Tutto qui? Eh, no. Sul piatto aggiungiamo: amnesia dissociativa, cioè il soggetto ha vuoti di memoria specifici, la depressione, intorpidimento emotivo e distacco dagli altri, perdita di interesse per le attività svolte in precedenza. Difficoltà nell’addormentarsi, problemi di concentrazione, stato di vigilanza eccessiva, irrequietezza e scoppi di rabbia.
La cosa che trovo più affascinante, volendo descrivere un personaggio affetto da DPTS, è la possibilità che questi ricordi siano, in realtà, distorti e manipolati in maniera accusatoria. Il personaggio potrebbe tendere a prendersela con sé stesso per ciò che è successo, a vedere solo gli aspetti negativi della situazione, sentirsi in colpa per essere sopravvissuto quando magari altri sono morti. (Non me ne ero reso conto ma il protagonista de “Il cane rosso dell’imperatore”, un mio vecchio romanzo, in realtà era affetto da DPTS per l’addestramento ricevuto. La mela non casca mai troppo lontano dallo zampino della gatta che è uscita al largo dell’erba voglio del giardino del Re!)
Per concludere questo bouquet di sintomi terrificanti, il soggetto può sviluppare tecniche rituali di controllo dell’ansia come bagni ripetuti, magari per togliere dalla pelle contatti indesiderati, o movimenti di piedi prima di mettersi le ciabatte scendendo dal letto, o accendere e spegnere la luce tre volte. Oppure può cadere in uno stato dissociativo, nel quale il soggetto è completamente distaccato dal proprio corpo e dalle proprie sensazioni. Difficile scriverlo come protagonista, ma sicuramente è interessante.
Meno strano, ma forse più letale, è la tendenza all’assunzione di sostante come droghe o alcol per ridurre il senso di malessere.
Il DPTS può essere molto complesso da diagnosticare perché ha, come abbiamo visto, una serie molto diversa di cause e sintomi, spesso complessi e intricati. Il trauma può non essere evidente né per il terapeuta, né per il soggetto stesso. Sempre ammesso che abbia voglia di parlarne. (Ecco perché, ogni volta che c’è un militare che ha un DPTS e va da una psicologa, poi scatta la storia d’amore. Perché, scrittore mio, come la risolvi la cosa?!)
Come si può risolvere o alleviare?
Abbiamo speranza.
In primo luogo il soggetto può lavorare sulla sicurezza personale, il proprio benessere e la cosapevolezza. Nel primo caso il soggetto va ad assicurarsi, magari con esperti del settore, che sia lui che i suoi cari siano al sicuro. Una buona alimentazione (vedi che le merendine fanno male?!) e una routine di sonno sana, evitare sostanza psicotrope e sedative. E la consapevolezza di avere un disturbo, di doverlo gestire, di comprendere le proprie emozioni. (Questo dovrebbero farlo a scuola dalla prima elementare come ora obbligatoria.)
C’è sempre la psicoterapia, ma è talmente abusata da un punto di vista narrativo che proprio non ne voglio parlare. E’ stata vista in ogni sua forma e opzione che basta farsi un giro su Netflix e sì, parlo con te Julia Roberts!!!
Ora vado a farmi una tisana e poi una passeggiata, sperando che non mi sparino addosso.
Adieu.
(*) Disclaimer (da leggere velocemente tutto d’un fiato come nelle pubblicità dei farmaci)
Quanto scritto non vuole e non può essere in nessuna maniera considerato un trattato medico, e nessuna delle informazioni, o consigli, o altro può avere valenza medica. Si tratta di mie opinioni e considerazioni. Ci sono numerosi specialisti in grado di diagnosticare e trattare i disturbi dei quali parlo e ai quali il lettore deve rivolgersi in caso di necessità. In secondo luogo in nessun modo l’autore, sarei io, vuole ridicolizzare o minimizzare i disturbi trattati e chi ne soffre. Anzi a loro vanno tutta la mia solidarietà e affetto. Detto questo un po’ d’ironia può scapparci ma solo perché la vita è già difficile di suo e se ci togliamo pure qualche risata a denti stretti allora non ha più molto senso.