Il Vocabolario, magica entità astratta che tutto sa e tutto può, definisce la “paranoia” come una psicosi caratterizzata da un delirio cronico che può essere di grandezza, di gelosia, di persecuzione e chi più ne ha più ne metta. La parola, che deriva dal greco e significa, a grandi linee “follia della mente”, (dico così perché, non avendo studiato il greco antico, faccio comunque bella figura), ma è entrata nel gergo comune per indicare una persona che si è fissata con qualche sciocchezza, in particolar modo relativa a immaginari avversari sociali.
Siccome il termine è inflazionato e spesso usato a sproposito, e dato anche il periodo storico che stiamo vivendo, mi sembra opportuno proporre subito la versione scientifica: disturbo paranoide di personalità. Suona decisamente molto meglio e non lo si può usare così, occasionalmente e gergalmente. Si può dire: “sono andato in paranoia per questa storia dell’auto elettrica”, ma non si può dire: “ho avuto un episodio estemporaneo di disturbo paranoide della personalità in relazione all’acquisto dell’auto elettrica.”
Come dicono gli inglesi, prima le cose prima, una definizione base. Un disturbo della personalità è una malattia mentale caratterizzata da schemi di pensiero che sono pervasivi, vuol dire che influenzano un po’ tutto, e persistenti, che significa che non se ne vanno facilmente nemmeno col ciclo forte a 90°. Ora tutti hanno qualche mania o fissazione, (Facebook perderebbe il 70% dei suoi introiti se così non fosse), ma questo non significa che sia un vero e proprio disturbo della personalità. Per esserlo i succitati schemi di pensiero devono essere invalidanti e causare sofferenza.
Momento verità. Più mi addentro in quest’avventura di esplorare i disturbi mentali, con lo scopo di carpirne le essenze per narrare di personaggi più veri e interessanti, mi accorgo che ogni disturbo, anche quello che può far sorridere i più, è fonte di grande dolore per chi ne soffre. Quindi ti invito a fermarti un secondo e a tentare di distillare un po’ di empatia, se ne è rimasta nel mondo, e avere rispetto per chi non sta bene.
Definito il disturbo della personalità, andiamo ad aggiungervi il tema clou dell’articolo: il termine paranoide. Il soggetto affetto da questo disturbo non si fida degli altri, vive in uno stato di perenne diffidenza perché presume che ogni azione, ogni parola, sia volta a danneggiarlo o a ingannarlo. Soprattutto quando non hanno alcuna ragione valida per sospettare di chicchessia.
Dati statistici alla mano sappiamo che il disturbo affligge più gli uomini delle donne, e che sia ereditario, anche se episodi di maltrattamenti emotivi e fisici durante l’infanzia possano contribuire allo sviluppo del disturbo il quale, come un buon vino, si accompagna bene a differenti altri disturbi. Ad esempio schizofrenia (vedi qui), i disturbi d’ansia e la fobia sociale o i disturbi post traumatici da stress. E anche l’abuso di alcol, che è un po’ il “tubino nero” dei disturbi, e sta bene con tutto.
Fin qui tutto bene. Il nostro personaggio è diffidente, non è un crimine, ed è molto attento e sospettoso. Ciò che lo rende disfunzionale, però, è la sua continua interpretazione in chiave negativa e difensiva di ogni evento gli capiti intorno, specialmente in relazione agli altri. Scruta in continuazione e a fondo gli altri per scovare in loro le prove di un malvagio e deliberato desiderio di danneggiarlo. Cerca significati nascosti nelle parole e nei gesti altrui, e li travisa a suo piacimento per ricavarne le prove che tanto brama.
Ad esempio può considerare un’offerta d’aiuto come un insulto o l’insinuazione di essere un incapace. Può vedere del marcio, non in Danimarca, ma nel corriere che si affaccia alla finestra per vedere se c’è qualcuno in casa e non lasciare i pacchetti sotto la pioggia. Può interpretare la frase: ti sta bene quel vestito, non letteralmente, in special modo se sono quattro ore che siamo in un negozio, originariamente per scegliere numero un paio di calzini, e invece abbiamo deciso di comprare tutto l’occorrente per il ballo di fine anno di un college americano, hai visto mai che ci dobbiamo adeguare dopo la terza guerra mondiale incipiente. ma come un’insinuazione sarcastica.
E così via discorrendo. Le opzioni, come vedi, sono infinite.
La ovvia conclusione a questo perenne stato di sofferenza e sospetto, se ti immedesimi nel personaggio, è l’autosufficienza o, per rispolverare un termine che qualcuno prima o poi tirerà fuori: autarchia. (Sì, sto insinuando!)
Il soggetto deve avere tutto sotto controllo, non può fidarsi di nessuno, quindi deve bastare a se stesso. Non perdona, non può. Si perdona qualcuno se si ha la fiducia che il torto subito non si ripeterà, ma nel nostro caso il soggetto non riesce a trovare speranza e quindi al primo sgarro, è finita.
Inoltre il soggetto tende a reagire con violenza a ogni, presupposto, insulto. Come biasimarlo? Se vivi in un mondo che pullula di lupi affamati e caimani, non vai di certo a carezzare il cagnolino del vicino. Diventa quindi molto difficile per il personaggio avere rapporti sociali, amorosi e amicali. Non riesce a parlare di sé, ogni cosa che dirà potrebbe essere usata contro di lui. Può diventare estremamente geloso e cercare di screditare il partner in ogni modo per giustificare le sue convinzioni.
Ogni risposta negativa è una conferma dei suoi sospetti e, pertanto, è molto difficile andare d’accordo in maniera sincera con un tipo simile. A meno che non sia ricco e vestito di blu e rosso. (Non essere paranoico, è solo un modo di dire…)
Non esiste un trattamento efficace per il disturbo paranoide della personalità. Molto dipende dalla volontà di collaborare dei soggetti. Lo so, è grottesco, ma la fiducia è alla base di qualsiasi terapia medica. Se pensi che il tuo farmacista, invece dell’aspirina, ti stia dando un mortale veleno, è dura farsi passare il mal di testa. Interessante, da un punto di vista narrativo, è il rapporto che si può creare con il terapista il quale, spesso, si vede costretto ad assecondare o trovare “fondamenti” nei loro deliri in modo da creare un rapporto di fiducia e convincere il soggetto a partecipare al trattamento, sia esso cognitivo e comportamentale, sia esso farmacologico. Per farmacologico si intendono antidepressivi e antipsicotici.
Che rapporto si può instaurare tra medico e personaggio?
E se il paranoico avesse ragione? (Safe House con Patrick Steward, lui è affetto da Alzheimer, ma ha comportamenti paranoici)
Quanti scenari si aprono?
(Non devo fidarmi a dirgli le mie idee! E se poi me le rubasse?!)
Adieu.
(*) Disclaimer (da leggere velocemente tutto d’un fiato come nelle pubblicità dei farmaci)
Quanto scritto non vuole e non può essere in nessuna maniera considerato un trattato medico, e nessuna delle informazioni, o consigli, o altro può avere valenza medica. Si tratta di mie opinioni e considerazioni. Ci sono numerosi specialisti in grado di diagnosticare e trattare i disturbi dei quali parlo e ai quali il lettore deve rivolgersi in caso di necessità. In secondo luogo in nessun modo l’autore, sarei io, vuole ridicolizzare o minimizzare i disturbi trattati e chi ne soffre. Anzi a loro vanno tutta la mia solidarietà e affetto. Detto questo un po’ d’ironia può scapparci ma solo perché la vita è già difficile di suo e se ci togliamo pure qualche risata a denti stretti allora non ha più molto senso.