Disposofobia (Gollum… Gollum)

Disposofobia. Sembra il nome di un’oscura branca della fantascienza sociale e, invece, è un disturbo della personalità nel quale mi sono imbattuto per caso. E chi sono io per rifiutare ciò che l’Universo, nella sua infinita Bontà & Saggezza (non gliene frega niente di te e del tuo blog da sfigati all’Universo… su datti una regolata!) mi ha proposto?

Dopo attento e meticoloso studio dell’argomento, ecco propongo a te, oh lettore, un sunto di questo affascinante disturbo affinché tu possa trarne spunto per storie e novelle di successo che saranno ricordate nei secoli a venire. Certo è, caro lettore, che un personaggio disposofobico presenta numerosissimi spunti narrativi sia da un punto di vista serio, sia da quello più goliardico perché, in effetti, la disposofobia si presta molto bene a creare situazioni comiche.

(Sì, ok, stai parlando di disposochecavoloneso, però non hai ancora detto niente! Capisco che tu voglia creare attesa ma il troppo scoppia… no, stoppia … scrocchia?
– Storpia, imbecille.)

Analizziamo ora la disposofobia. (Alleluja). Trattasi di disturbo della personalità per il quale il soggetto prova un bisogno impellente e irrefrenabile di acquisire e conservare oggetti. E’ angosciato al solo pensiero di doversene separare e continua ad accumulare pur quando lo spazio vitale è terminato e la funzionalità della propria dimora viene meno. L’accumulo infatti avviene ammucchiando gli oggetti in ogni spazio disponibile anche rendendo le stanze della casa inutilizzabili. Fornelli, frigoriferi, e lavelli diventano piani di appoggio e, quindi, inutilizzabili.

Il disposofobico (ti piace come suona la parola, giusto?! Perché l’hai ripetuto 200 volte!), al contrario del collezionista, sia esso normale o serial killer, non tiene in particolare cura gli oggetti che acquisisce, anzi li ammontona alla rinfusa, ed essi sono spesso robe comuni o di scarso valore: riviste, pupazzi, depliant, barattoli di pelati.

Oltre all’ovvia problematica di muoversi all’interno di un labirinto di riviste e clown in finto cristallo Swarovski, il soggetto sperimenta grosse difficoltà di interazione sociale e lavorativa. Prima fra tutte la vergogna per l’estremo disordine. Quindi colleghi, amici e familiari, e anche tecnici di riparazione o ispettori, sono interdetti dall’accesso domestico.

L’estremo disordine, inoltre, comporta enormi problematiche sia di sicurezza domestica, il rischio incendi è molto alto, sia di igiene a causa del proliferare di insetti e parassiti dato che è impossibile pulire. E’ affascinante notare che, pur rendendosi conto del caos in cui vivono, e del disagio a mostrare ad altri l’eccessiva trascuratezza del proprio ambiente domestico, non tutti i soggetti affetti da disposofobia imputano tale condizione all’accumulo il quale è visto come normale.

Come dicevo nella premessa, parlando di personaggi affetti da questo disturbo, lo scenario narrativo che si apre è molto vario. L’argomento può essere trattato in maniera goliardica, se il personaggio, tutto sommato, non ha gravi problemi a interagire con gli altri. Si presta bene ad essere un comprimario, magari di un improvvisato detective, perché nel suo accumulare potrebbe avere accesso a vecchie risorse, giornali, boccette del piccolo chimico. (Comincio a pensare alla soffitta della mia casa paterna…)

Oppure si può trattare l’argomento da un punto di vista interiore. Il personaggio accumula, si chiude nel suo bozzolo, non lascia entrare nessuno. Il suo è un disagio personale, quasi una comunione con il proprio trauma. Quest’ultima opzione, a mio avviso, si declina bene con un altro aspetto della disposofobia: l’accumulo di animali.

No, non sto parlando di un inquietante taxidermista che fa composizioni di scoiattoli vestiti come damine del Settecento, (Oddio magari esiste pure quello… però qui ci spostiamo nell’horror…), bensì di persone che si circondano di animali domestici, in numero decisamente superiore allo spazio e alla capacità economica e fisica di occuparsene. Ora, chiunque abbia frequentato, o sposato, un compagno/a appassionato di animali sa che la lotta per mantenere un minimo di equilibrio animali/metri quadri, è ardua e snervante, però non si tratta (ancora) di disposofobia animale.

Il soggetto che tende ad accumulare animali, non si accorge di non fornire le adeguate cure, spesso gli animali vivono in minuscoli spazi poco igienici, dimagriscono e si ammalano. Il disturbo, però, impedisce loro di dar via gli animali e portarli in condizioni migliori proprio per il grande affetto che provano nei loro confronti.

Dolenti note: una in particolare. Il disturbo, se non trattato, dura tutta la vita senza cambiamenti di sorta.

Avvertenza. Essere caduto nell’infame tranello delle vendite a dispense settimanali tipo “Costruisci il tuo mini ciclosincrotrone a batterie”, o “Il mercato dei polli del futuro in 152.000 uscite” non fa di te un disposofobico. Infatti una discriminante importante nella diagnosi del disturbo è proprio il fatto che non si tratti di collezionare oggetti di un determinato valore, sia esso affettivo o monetario, ma l’esigenza di accumulare indiscriminatamente. Altro fattore importante è la disfunzionalità di tale accumulo, avere una vetrinetta piena di figurine di Naruto, nonostante il tuo partner sia tornato a casa più volte con una tanica di benzina e uno Zippo, non è sintomo del disturbo… né una giusta causa per un divorzio.

Le cause del disturbo non sono ben note, si manifesta già dall’adolescenza e colpisce circa il 4% della popolazione mondiale. Raggiunge il suo massimo intorno ai trent’anni, anche perché nessuno viene a impedirti di comprare cose se paghi, e poi rimane invariato fino al sopraggiungere del Tristo Mietore.

Ora scappo che è uscita la nuova edizione de “I classici rupestri del Pleistocene” e non devo, anzi non posso, perderla.

Adieu.


(*) Disclaimer (da leggere velocemente tutto d’un fiato come nelle pubblicità dei farmaci)

Quanto scritto non vuole e non può essere in nessuna maniera considerato un trattato medico, e nessuna delle informazioni, o consigli, o altro può avere valenza medica. Si tratta di mie opinioni e considerazioni. Ci sono numerosi specialisti in grado di diagnosticare e trattare i disturbi dei quali parlo e ai quali il lettore deve rivolgersi in caso di necessità. In secondo luogo in nessun modo l’autore, sarei io, vuole ridicolizzare o minimizzare i disturbi trattati e chi ne soffre. Anzi a loro vanno tutta la mia solidarietà e affetto. Detto questo un po’ d’ironia può scapparci ma solo perché la vita è già difficile di suo e se ci togliamo pure qualche risata a denti stretti allora non ha più molto senso.