Il termine codipendenza è, udite udite, un neologismo forgiato verso la fine degli anni settanta dall’inglese co-dependent. Era principalmente utilizzato per indicare i familiari di persone dipendenti dall’alcol, nel senso di gente che ne beve troppo, non di maniaci dell’igiene, che nel tempo si è evoluto, mi passino i puristi l’approssimazione, in sinonimo di relazione affettiva tossica, non basata su un effettivo sentimento amoroso, ma sulla convizione che l’altro abbia bisogno di aiuto.
Il partner codipendente vede nell’altro un essere bisognoso che va aiuto a tutti i costi.
La relazione di codipendenza affettiva, nota bene caro autore o aspirante autore o persona che, agli dei piacendo, non scrive ma è solo interessata, non si applica esclusivamente alle relazioni amorose ma anche a quelle amicali e familiari. Per semplicità di esposizione, quindi, assumerò termini neutri come partner (che fa tanto cultura), compagno et similia, senza preoccuparmi dei generi coinvoilti o della tipologia di rapporto. (Sa un po’ di woke ma se mi dovessi mettere a scrivere marito/moglie altro/a compagno/a non la finivo più.)
Un partner codipendente tende a compromettere o posticipare i propri bisogni a favore della persona “amata”, e questo, mi direte, è la descrizione della genitorialità, diamine sì, ma non è così semplice. In una relazione sana è il desiderio di amare l’altro che può generare, con equilibrio, una serie compromessi e un mutuo scambio di attenzioni. Detto in parole povere: io mollo ogni tanto, tu molli ogni tanto, e si vive felici. In un rapporto codipendente, invece, a mollare è sempre chi ne è affetto perché prova un perverso legame con l’amato in quanto esso è assolutamente bisognoso di cure e supporto.
A livello narrativo, già solo con il concetto di codipendenza, abbiamo la possibilità di creare personaggi davvero interessanti e polisfaccettati ma andiamo più in profondità. Perché una persona dovrebbe agire in questo modo? Cosa la spinge? Ci troviamo dinanzi a una condizione che si autoalimenta. Più l’altro ha bisogno, più si ha la sensazione che il rapporto sia stabile, che non cambierà, diventando un vincolo relazionale ben preciso, una relazione “chiara”: chi dà conforto, chi ha bisogno di conforto. E finché questa condizione permane, nella mente del codipendente, durerà anche il rapporto stesso.
Ma questo è amore? E’ definibile come tale? E, soprattutto, il soggetto destinatario delle attenzioni ne è felice? Spesso e volentieri no perché chi è soggetto a questo tipo di rapporto non è praticamente mai innamorato, anzi, prova sentimenti contrastanti. Da un lato c’è il supporto, a volte incodizionato, che riceve dal partner, dall’altro c’è la sensazione di essere controllati e manipolati.
La mancanza di reciprocità, cioè di equilibrio nel dare e avere dell’amore, fa sì che il partner desideri affrancarsi dal rapporto e guadagnare indipendenza, ma anche tende a sottomettersi alimentando ancor di più il “bisogno di bisogno” del partner codipendente. Ora, mi rendo conto che quello che ho detto suona un po’ come una supercazzola, però il bello, si fa per dire sempre a livello narrativo (!), di questo genere di relazioni sta nel riuscire a creare situazioni di forte alternanza emotiva: ribellione, fallimento, ritorno alla propria zona di comfort, frustrazione, furia. Tanto da portare la coppia ad episodi di violenza anche estrema. Da giallista questo mi pare buono, da essere umano direi proprio di no.
Forse il rapporto che c’è tra il “male” e il narratore è una sorta di rapporto di codipendenza. Nonostante il “male” sia sbagliato per sé, il narratore ne ha bisogno per riuscire a raccontare storie interessanti. E lo subisce, suo malgrado, spendendo lunghe notti insonni sul capitolo 24… (Il solito egocentrismo autoriale, andiamo avanti).
Ora, abbiamo detto che il partner codipendente si prodiga al centodieci per cento per il suo compagno, anche se questi non mantiene le promesse, non rispetta le regole e i patti. (Ora cambiate partner con “genitore” e mettete “adolscente” al posto di “compagno” e la vostra vita farà schifo! Fa ridere perché è vero.) Spesso una relazione di codipendenza si innesca quando uno dei due membri sviluppa dipendenza da sostanze ma può instaurarsi anche a fronte di altri disturbi psicologici. (Potrebbe l’ispettore Mancini sviluppare un rapporto di codipendenza con Emma Carbone? why not?)
Facciamo un piccolo identikit del partner codipendente, così quando andrete a stilare la scheda del vostro prossimo serial killer avrete materiale scientifico.
Il codipendente è ha, principalmante, una scarsa autostima che lo porta a non stabilire chiari confini relazioni con il partner e a non saper riconoscere i propri bisogni come individuo, ostinandosi a occuparsi dell’altro per definire se stesso. In secondo luogo, ma non certo per importanza, il codipendente ha una grande difficoltà nel vivere la realtà in maniera equilibrata e cade spesso in eccessi nelle manifestazioni riguardanti la propria persona.
Quindi scenate, gelosie, drammi e schiamazzi a più non posso.
Tutto qui? In effetti, volendo raccontare di personaggi legati in questo modo, abbiamo delle buone opzioni: il codipendente si libera alla fine dalla sua condizione, il bisognoso si affranca dalla schiavitù, entrambi capiscono come uscirne, o uno ammazza l’altro, ma c’è un aspetto della codipendenza che è molto interessante ed è stato definito come “triangolo drammatico” (zan, zan, zaaaaaan).
Il triangolo drammatico ha tre vertici (ok, a questo ci si arrivava facilmente), denominati persecutore, salvatore e vittima. All’inizio della relazione il partner codipendente si presenta come salvatore mentre l’altro assume il ruolo di vittima (in questo episodio il ruolo di persecutore è interpretato da una qualche “causa esterna”). In seconda battuta, invece, il partner può assumere il ruolo di persecutore, probabilmente perché vuole uscire dal controllo dell’altro, e il partner codipendente diventa vittima. E siccome non c’è due senza tre, ecco che il partner codipendente può trasformarsi in persecutore, per vendetta I suppose, e il compagno problematico diventa la vittima. E la giostra ricomincia.
Perché non se ne esce?
Semplice, come la maggior parte dei problemi umani, il codipendente non percepisce il suo “offrire aiuto” come patologico ma come una naturale reazione amorosa e non accetta il fatto che si tratti di una propria “dipendenza”. Essendo questa patologia una dipendenza affettiva il codipendente teme, sopra ogni cosa, di essere abbandonato dal partner e quindi, illudendosi che l’altro possa cambiare grazie al suo grande amore attende indefinitamente. Tale speranza, in realtà, scatena la paura di essere abbandonati e il legame si stringe ancor di più.
Quando non avrà più bisogno di me se ne andrà.
Come sempre un percorso di psicoterapia può aiutare la persona codipendente a riconoscere e affrontare gli episodi del suo passato che l’hanno condotta a recitare un copione dannoso, comprendere il proprio vissuto e la deprivazione emotiva che ne è conseguita in modo da portarla a prendersi cura di sé. Con l’aumento dell’autostima e dell’accettazione del diritto inalienabile di poter esistere come persona, il codipendente abbandona l’illusione di potersi salvare solo attraverso il sacrificio e può aprirsi a una relazione amorosa e amicale normale e matura.
Per poi finalmente decidere che l’unica via è rintanarsi in campagna in un borgo dimenticanto dagli dei e farsi portare da mangiare dal Bofrost… a no, quello sono io…
(*) Disclaimer (da leggere velocemente tutto d’un fiato come nelle pubblicità dei farmaci)
Quanto scritto non vuole e non può essere in nessuna maniera considerato un trattato medico, e nessuna delle informazioni, o consigli, o altro può avere valenza medica. Si tratta di mie opinioni e considerazioni. Ci sono numerosi specialisti in grado di diagnosticare e trattare i disturbi dei quali parlo e ai quali il lettore deve rivolgersi in caso di necessità. In secondo luogo in nessun modo l’autore, sarei io, vuole ridicolizzare o minimizzare i disturbi trattati e chi ne soffre. Anzi a loro vanno tutta la mia solidarietà e affetto. Detto questo un po’ d’ironia può scapparci ma solo perché la vita è già difficile di suo e se ci togliamo pure qualche risata a denti stretti allora non ha più molto senso.