Da scagnozzo a prete il passo è breve.

La figura del sacerdote, in narrativa, è stata declinata in migliaia di modi: da guida spirituale a malvagio speculatore, a coraggioso martire, a investigatore e qualsiasi altra cosa ci venga in mente. La ragione è che, nell’immaginario collettivo, il suo ruolo di punto di riferimento morale, di essere umano ispirato dalle divinità, lo distacca idealmente dal resto della società rendendolo “altro”. Se a questo onere/onore aggiungiamo una caratteristica contrastante, o insolita, andiamo a generare un personaggio molto interessante: l’eroe fallace.

Come ha fatto quindi Fausto Melis, diventato “don” dopo un passato tutt’altro che immacolato, affetto da una lieve forma di rabbia patologica, a diventare il protagonista, insieme all’inseparabile Skinny, de “Uno spettacolo per pochi”?

Fausto nasce in un piccolo sulla costa sud ovest della Sardegna, Portoscuso. Ha una sorella minore, Marzia, e una nonna che ha fatto da padre e madre ai due. Sappiamo che aveva un cane. Vive gli anni ottanta nel peggiore dei modi: testa rasata, troppa birra, culto della forza e, quasi inevitabilmente, piccola criminalità. Il nostro personaggio nasce scagnozzo: non abbastanza determinato da diventare un boss, e troppo incapace a gestire le proprie emozioni da diventare un “buono”. Per questo si lascia trascinare e maltratta in mille modi la sua famiglia, specialmente sua sorella che inizia a vivere il suo periodo di ribellione con pessimi esempi intorno.

Fausto odia se stesso, odia il paese in cui è nato, odia quelli che sono deboli ai suoi occhi, e riesce a farsi odiare perfino da quelli che lo amano e lo rispettano, finché non accade il peggio e in questo, Fausto, riesce a ritrovare il coraggio che ha sempre avuto e a fare la cosa giusta. Scopre di non essere completamente senza speranza.

La sua vita cambia radicalmente, entra in seminario, prende i voti e, accompagnato da una piccola valigia e migliaia di pesanti fantasmi, viene trasferito a Milano (pare per questioni personali con un certo Don Pascale, ma non è ancora chiara la vicenda), nella parrocchia degli Angeli Custodi e qui la sua nuova vita inizia.

Don Fausto è un eroe tutt’altro che perfetto, pieno di macchie, e con la tendenza a reagire violentemente alla paura. E’ un ex pugile dilettante, piuttosto bravo a suo dire, e nel corso delle “indagini” in cui si troverà invischiato sarà costretto, non senza un certo diletto, ad usare le mani. Non ha saputo impare ad usarle per altro che non la violenza e si sente menomato, incapace, goffo quando si parla di sentimenti. (Ora, per il ciclo “recipe for disaster”, facciamogli incontrare una persona istintiva, distratta, a momenti irritante, ma incredibilmente intelligente e vediamo che succede…) Ha un rapporto molto particolare con le sue mani, specialmente le nocche della mano destra, che chiama le sue stimmate e gli sono di monito e conforto.

Possiamo definire Don Fausto un prete investigatore? No! Non lo è! Gli mancano tutti gli attributi per essere un investigatore. Non è stupido ma non particolarmente brillante, agisce prima di pensare, non conosce la legge e poco il Vangelo. Don Fausto è l’improbabile Watson di un ancor più incredibile Holmes, e il loro rapporto di amicizia al limite della co-dipendenza, il desiderio di fare la differenza, l’essere il cavaliere che nessuno vuole, lo porterà a immischiarsi in faccende torbide, in “casi” che la polizia non risolverà, per “vittime” che la società non vede.

E’ palesemente affetto da una lieve forma di rabbia patologica (ho scritto un articolo sull’argomento), tende a rimuginare sulle cose, a prendere tutto sul personale, a vedere minacce ovunque. Per sua fortuna compensa molto il desiderio di usare le mani con una certa dose di sarcasmo, che male si addice a un sacerdote, ma che lo rende squisitamente umano.

Creai il personaggio nel 2020 per un racconto che arrivò secondo al Mystfest (il festival del Giallo e del Mistero di Cattolica), e nel 2024 è uscito il primo romanzo di una (spero) lunga serie.