Rabbia, ira funesta, furore, sdegno e collera. Ce lo insegnano anche i cartoni animati, la rabbia è un’emozione base. Come la paura è un sentimento che serve a sarlvarti la vita, a proteggerti in condizioni di sopruso o di fastidio, a livellare alcuni rapporti sociali quando non sono equilibrati.
E’ lecito arrabbiarsi. Serve a scaricare la frustrazione, a esprimere una forte insoddisfazione, a trovare la via di modificare un comportamento dannoso ma spesso (sento puzza di autobiografia?) si pensa che arrabbiarsi sia in qualche maniera errato, inumano, moralmente disdiscevole. Non è esattamente così. Reagire è lecito, è giusto, è sano. Il come si reagisce, al contrario, è quello che fa la differenza e può diventare insano, scorretto e, in alcuni casi, anche illecito. (Mi piaceva il gioco dei contrari). Molti insegnamenti morali disconoscono la rabbia e l’aggressività, sia attiva che passiva, che ne è conseguenza, tentando di sopprimerne la fonte, confondendo l’emozione con la sua espressione.
Andiamo per ordine. (Del resto questo è un compendio di disturbi per scrittori, deve essere esaustivo.)
A livello fisico la rabbia si manifesta con l’attivazione del sistema nervoso autonomo. Che vuol dire? CHe si diventa paonazzi, si sente calore nelle membra, aumenta il battito cardiaco e i muscoli si tendono. Reazione dovuta al corpo che si prepara ad agire: attaccare o difendersi. E fin qui penso sia successo a tutti. Il buon Don Fausto, personaggio che ben esprime l’emozione di cui stiamo parlando, ne sa qualcosa. Nel descrivere le sue emozioni è molto importante dare spazio proprio a queste evidenze fisiche. In primo luogo perché tutti gli editor del mondo saranno felici di vedere che abbiamo capito l’ormai trito e ritrito “show don’t tell”, un po’ perché dire: Fausto si arrabbia. E’ una frase da Yu Gi Oh, non da romanzo.
Un’altra manifestazione fisica tipica della rabbia è il desiderio di danneggiare e distruggere la fonte della propria ira. Desiderio che, nella maggior parte dei casi, si sfoga su oggetti appartenenti alla persona considerata nemica. Un personaggio arrabbiato, che magari non può sfogarsi violentemente sul suo antagonista, potrebbe prendergli gli occhiali e romperli o gettarli nella spazzatura.
Quando le reazioni diventano eccessive, plateali e violente si può iniziare a parlare di rabbia patologica. E qui le cose si fanno interessanti per uno scrittore. Come ho detto molte volte le storie nascono da conflitti e un bel conflitto interiore rende i personaggi molto profondi per il semplice fatto che tutti hanno conflitti interiori. (Un bel concetto ovvio ma scritto nel posto giusto fa tanto intellettuale.)
Trattenere la rabbia a tutti i costi, dall’altro canto, comporta dei disturbi fisici come tachicardia, contratture muscolari, affanno e aumento della pressione che possono portare a cefalee e senso di vertigine. (La signora Lotunno, timida impiegata di una ditta di import-export, affetta da continui mal di testa, potrebbe uccidere per un caffè macchiato?)
Le cause scatenanti sono diverse e molto sfaccettate. La prima in assoluto, ed è un mondo a sé stante, è la scarsa o distorta gestione delle proprie emozioni. Gli scenari per i quali una persona possa avere una cattiva gestione delle proprie emozioni sono così tanti che non entrerebbero nell’articolo. Esperienze traumatiche, rapporti disfunzionali, ambienti tossici (in senso metaforico), e così via discorrendo. Ad esempio un ambiente educativo nel quale viene insegnato che si è sempre in torto, che non si può esprimere la propria emotività, che provare emozioni “negative” nei confronti di qualcuno offende la religione, la morale, la società e quant’altro, può ingenerare uno stato perenne di rabbia, che però deve essere repressa, disconosciuta, e quindi si trasforma in un sentimento perverso, da rifiutare pubblicamente ma bramato nell’intimità del proprio cervello.
Un’altra causa, sempre imputabile a livello narrativo a un vissuto aberrante, è la visione distorta della realtà. Mi vengono in mente filosofie di vita tipo: “la miglior difesa è l’attacco”, oppure “chi pecora si fa il lupo se la mangia.”
In questi scenari essere aggressivi, non tollerare alcun tipo di fastidio, considerarsi deboli se si accetta di non esasperare le situazioni, diventa la visione predominante del mondo e quindi genera uno stato di rabbia protettiva costante, reazioni violente immediate, sfoghi improvvisi anche su persone indifese o non direttamente legate alle cause scatenanti.
(Queste sono le condizioni principali in cui si è sviluppato il personaggio di Don Fausto Melis, protagonista di “Uno spettacolo per pochi”, del quale parleremo, oh se parleremo.)
La rabbia eccessiva, quindi, può essere considerata una reazione in qualche modo difensiva dal proprio modo di essere. Una persona molto permalosa, ad esempio, non tollerando critiche o sarcasmo può innescare una reazione rabbiosa e “immotivatamente” violenta. Lo stesso si può dire di persone che si sentono vulnerabili, inadeguate, costantemente sotto osservazione e costantemente inadatte. Anche quest’ultime possono reagire in modo esplosivo, e come biasimarle dato ciò che provano continuamente?
Come dicevo l’ira diventa patologica quando le sue manifestazioni sono incontrollabili e inadeguate al contesto. Rovesciare un tavolo al ristorante perché il cameriere ha detto che ha finito il Cabernet Sauvignon del ’75 è da considerarsi rabbia patologica. Affermare con cortese sdegno: “Signore, sono molto deluso da cotanta incresciosa mancanza, non frequenterò più questo locale e ne parlerò in maniera non lusinghiera con il mio enturage”, no. Avere un atteggiamento aggressivo permanente nei confronti degli altri, provare sempre diffidenza e paura che l’altro possa danneggiarci, tendenza a rimuginare in continuazione e a ingigantire gli affronti subiti trasformandoli da fastidi a torti da raddrizzare ad ogni costo, prevaricando e utilizzando gli altri se necessario, usando la violenza fisica che può sfociare anche in estreme conseguenze. La rabbia patologica, essendo un disturbo del controllo dei propri impulsi, spesso si accompagna al gioco d’azzardo patologico, la cleptomania e la piromania.
(Anche di questi parleremo in seguito… magari nella newsletter? Potresti iscriverti…)
Si risolve? Fausto Melis ha risolto il suo problema, o forse no, in maniera feroce, autolesionistica e un tantino mistica, ma nella vita reale come si cura la rabbia patologica? L’approccio migliore è riconoscere di avere un problema e iniziare un percorso di psicoterapia mirato atto a comprendere le cause dell’ira patologica e risolverle. La rabbia deve diventare “sana”, controllabile, un’emozione come le altre.
Ora contate fino a dieci, respirate con calma, valutate se questo articolo è una vaccata oppure è stato utile, e ditemelo su FB. Il tutto però con rispetto e calma, perché si può essere fermi e assertivi con il sorriso sulle labbra. (E un machete dietro la schiena… no questo era meglio non scriverlo.)
Disclaimer (da leggere velocemente tutto d’un fiato come nelle pubblicità dei farmaci)
Quanto scritto non vuole e non può essere in nessuna maniera considerato un trattato medico, e nessuna delle informazioni, o consigli, o altro può avere valenza medica. Si tratta di mie opinioni e considerazioni. Ci sono numerosi specialisti in grado di diagnosticare e trattare i disturbi dei quali parlo e ai quali il lettore deve rivolgersi in caso di necessità. In secondo luogo in nessun modo l’autore, sarei io, vuole ridicolizzare o minimizzare i disturbi trattati e chi ne soffre. Anzi a loro vanno tutta la mia solidarietà e affetto. Detto questo un po’ d’ironia può scapparci ma solo perché la vita è già difficile di suo e se ci togliamo pure qualche risata a denti stretti allora non ha più molto senso.