Come nasce il personaggio e l’idea di un giallo fobico (basato su una fobia, meglio, ma suona peggio)?
“Dalla casa di Emma”, il racconto d’esordio dell’ex commissario Carbone, nasce dal desiderio di crearmi problemi narrativi. Una storia nasce da un contrasto (è una Legge, c’è poco da fare), e il mio desiderio più grande è di vivere una bella storia, ne consegue inevitabilmente di dover cercare delle difficoltà io stesso. Avere un commissario figo, tutto mascella, coraggio e moralità, che affronta a muso duro le asperità di un caso difficile che lo tocca nel profondo, è una tentazione molto forte come autore. Il lettore, bene o male, può relazionarsi con lui (o lei parimenti), può apprezzarne le doti, e sa per certo che, nonostante le cicatrici, ne uscirà trionfante, quindi non si creano ansie e non lo spingiamo fuori dalla sua zona di comfort.
Personaggio, però, molto retrò, molto facile, poco divertente.
E quindi nasce Emma e, per la mia intrinseca malvagità di demiurgo, le do tutto e le tolgo tutto. Emma aveva una bella famiglia, una figlia di cui andare orgogliosissima, un marito (per quanto lo possano essere i mariti) presente e innamorato. E anche una brillante carriera in polizia, un talento per le armi da fuoco e l’informatica, e quel gusto un po’ perverso di fare giustizia, di risolvere enigmi, di impegnarsi in prima persona.
Poi l’incidente. E tutto cambia.
Mentre me ne andavo avanti e indietro nella cucina aspettando che il tofu sfrigolasse a dovere, mi è venuto in mente di darle una disabilità non evidente ma comunque difficile e limitante. Perché? Malvagità suppletiva? No, perché è un’ottima scusa per farsi fare domande, domande uguale dialoghi, dialoghi buoni. Scherzi a parte diventa molto interessante esplorare le emozioni e i moti dell’anima di una persona “apparentemente normale”, di una donna che “sembra non avere nulla”. E invece vive l’inferno giorno dopo giorno. Un inferno fatto di panico, di odio per se stessa, di ricordi che diventano sempre più idealizzati.
Per la trama, invece, mi ronzava in testa “La finestra sul cortile” di Hitchcock mi affascinava l’idea e così mi sono fatto delle domande: come si fa a investigare se non si può uscire di casa? E’ sufficiente spiare? I mezzi tecnologici, i social, i telefoni, possono sopperire all’impossibilità di muoversi?
Quindi cosa dovrebbe affliggere la nostra brava protagonista?
Volevo che non riuscisse ad uscire di casa, che dovesse spiare, scavare, collegare i fatti usando la sua intelligenza e la conoscenza delle umane cose. E non volevo, soprattutto, affibbiarle un qualche disturbo di fantasia inventato ad hoc, volevo fosse realistico, autentico, anche nel suo percorso di guarigione. E siccome Eugeni, come una caciotta, fa le cose per bene, mi sono documentato e si è aperto un mondo.
Agorafobia.
E nacque Emma. L’idea di trovarsi all’aperto, sotto il sole, la terrorizza, per estensione perfino la luce che filtra dalle finestre come una lama, la spaventa tanto da dover scappare. E’ costretta a lasciare il lavoro, a cambiare casa, e…
Ma il suo desiderio di tornare a vivere, di scoprire se e quale crimine sia stato commesso, sono forze potenti e la spingono a lottare contro ogni avversità perché c’è una vita in pericolo.
Non solo la sua.
