Vuoi perché inizia per A, vuoi che è il disturbo che affligge la povera ex-commissario Emma Carbone, sta di fatto che il primo articolo di questa nuova entusiasmante follia sarà proprio l’agorafobia.

Il termine, credo lo sappia anche il pulviscolo interstellare, deriva dal greco Agorà, che vuol dire piazza, luogo di ritrovo, e quindi letteralmente vuol dire: paura dei luoghi affollati. Per estensione paura dei luoghi aperti. Infatti inizialmente la parola veniva utilizzata sono in quest’accezione, ma in realtà coinvolge anche le situazioni dalle quali non è facile scappare o trovare soccorso come concerti, comizi, rave e riunioni di condominio (ne so qualcosa).

Come si manifesta l’agorafobia? Essendo un disturbo d’ansia questa fobia è caratterizzata da paura molto intensa e, nessuno avrebbe potuto immaginarlo, ansia. Purtroppo l’agorafobia può essere innescata sia da un’esposizione a una reale situazione, nel caso di Emma ad esempio l’apertura improvvisa di una finestra che dà sulla vallata, o all’anticipazione delle succitate situazioni. Un agorafobico potrebbe trovare insopportabile l’idea di doversi recare a una cena aziendale lontano da casa… beh, a pensarci bene, non solo lui.

Quali pensieri passano per la testa di chi soffre di questo disturbo? Principalmente il timore di essere vittima di qualche incidente terribile e di non poter scappare, di non potersi mettere in salvo o che nessuno possa raggiungerli per aiutarli. E credo sia davvero una sensazione orribile, specialmente se riflettiamo sul fatto di vivere su un ammasso di terra coperto da un sottilissimo miscuglio di gas indispensabili per la nostra sopravvivenza sparato a circa 30 kilometri al secondo.
(Non sono di aiuto così, lo so.)

Difficilmente si manifesta da sola dal nulla, è spesso conseguenza di crisi d’ansia, o attacchi di panico minori, che però costringono la persona affetta a evitare i luoghi che le creano ansia. Ora evitare di andare alla Coop perché non si capisce mai dove mettono la roba negli scaffali non è un comportamento agorafobico. Evitare tutti i supermercati sì. Sempre che questo non sia frutto di scelte etiche estremiste o voti a santi e patroni. In questo caso non si parla di “evitamento agorafobico” ma di scelte discutibili.

Quali sono le situazioni o i luoghi che più comunemente scatenano crisi d’ansia? La solitudine, sia dentro che fuori casa, l’automobile, l’autobus, l’aeroplano, o l’ascensore. Dall’altro lato abbiamo i luoghi affollati. Se i luoghi affollati che vorreste evitare sono le palestre quella non è agorafobia, è pigrizia.

Per la signora Carbone i sintomi e le manifestazioni dell’agorafobia sono evidenti ed esplosive, caratteristica che mi ha fatto subito innamorare del personaggio nel momento un cui lo stavo concependo (cosa di cui parleremo in seguito), per altri il comportamento non è così evidente e nemmeno di facile diagnosi. Specialmente quando il soggetto non tende ad evitare i luoghi e le situazioni suddette ma ha bisogno di essere accompagnato da una persona di fiducia. In tal caso si parla di “comportamenti protettivi” che aiutano la persona a superare la situazione ma, alla lunga, possono portare al mantenimento del disturbo piuttosto che il suo superamento.

Ora, a conti fatti, tutti quanti siamo un po’ agorafobici ma quando si può parlare davvero di disturbo? Quello che fa la differenza sono le limitazioni che tale condizione può provocare, perché la persona agorafobica sperimenta insormontabili difficoltà che ne limitano il funzionamento socio-lavorativo. Non si tratta quindi di un “capriccio” o di una “stranezza” ma di un disturbo serio che può compromettere di molto la qualità della vita.

Come si descrive un attacco di agorafobia? I sintomi fisici più frequenti sono l’aumento di frequenza cardiaca, la sudorazione, l’aumento della frequenza respiratoria e sensazione di vertigini, oltre alla paura, non trascurabile di morire che è molto simile a quella che si ha durante gli attacchi di panico. Un’altra caratteristica che si può riscontrare e che, da un punto di vista narrativo, può essere molto utile è il rimuginio, cioè il pensare e ripensare a tutti gli eventi che potrebbero andare storti con l’intento di prevederli e prevenirli.

    Dulcis in fundo, come si cura l’agorafobia? Un personaggio che ne sia affetto, sempre da un punto di vista di ricchezza di storytelling, deve poter affrontare e risolvere i propri disturbi. Per la cura dell’agorafobia è fondamentale la terapia cognitivo comportamentale volta a far comprendere al paziente come non siano gli eventi esterni causa del disturbo ma la complessa relazione tra credenze, emozioni e abitudini del paziente stesso. In secondo luogo esistono delle terapie farmacologiche atte a contenere gli effetti dell’ansia ma non sono efficaci sul lungo periodo.

    Quindi, cara Emma, continua a vedere la tua psicoterapeuta ogni Giovedì perché le pillole, come hai visto, servono a poco.


    Disclaimer (da leggere velocemente tutto d’un fiato come nelle pubblicità dei farmaci)

    Quanto scritto non vuole e non può essere in nessuna maniera considerato un trattato medico, e nessuna delle informazioni, o consigli, o altro può avere valenza medica. Si tratta di mie opinioni e considerazioni. Ci sono numerosi specialisti in grado di diagnosticare e trattare i disturbi dei quali parlo e ai quali il lettore deve rivolgersi in caso di necessità. In secondo luogo in nessun modo l’autore, sarei io, vuole ridicolizzare o minimizzare i disturbi trattati e chi ne soffre. Anzi a loro vanno tutta la mia solidarietà e affetto. Detto questo un po’ d’ironia può scapparci ma solo perché la vita è già difficile di suo e se ci togliamo pure qualche risata a denti stretti allora non ha più molto senso.